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I cinesi e la nostra sicurezza

La questione dello sfruttamento del lavoro nel settore della manifattura tessile è un tema che da diverso tempo ha attirato la mia attenzione. Innanzi tutto da un punto di vista sociologico: basti pensare agli eccezionali mutamenti in atto nell’economia e nella società cinese e indiana che si accompagnano sia a fenomeni di sfruttamento della manodopera che a fenomeni di estrema valorizzazione delle sue capacità intellettuali (settore delle nuove tecnologie), che nel contempo fanno necessariamente leva su premesse culturali e religiose. (Federico Rampini è da questo punto di vista uno dei più importanti osservatori a nostra disposizione).

In secondo luogo, è innegabile che la Cina e le sue vicende sono sempre più presenti nei nostre discussioni, a partire da quelle da bar fino ad arrivare ai salotti politici televisivi: l’invasione del “Made in China”, i problemi con i quartieri a prevalenza abitativa cinese (le Chinatown), il governo cinese e il Tibet ecc…

Da parte mia credo molto nell’approccio critico al consumo: sulla necessità in quanto cittadini di essere anche consumatori responsabili in base alle informazioni di cui si dispongono. Da questo punto di vista comprare un capo “Made in China” significa spesso, oltre che avallare l’invasione di cui sopra, anche fruire di un processo di produzione che priva letteralmente di umanità gli individui che vi partecipano. Recentemente Doc3, condotto da Fabio Volo, ha trasmesso l’eccezionale documentario di Micha X.Peled, China Blue, promosso in Italia dalla Campagna Abiti Puliti, dove vengono presentate le vicende di una 14enne cinese che come molte altre sue coetanee lascia il suo villaggio per raggiungere la costa orientale e lavorare nell’industria del tessile, con orari impossibili, salari da fame, vivendo in dormitori sovraffollati adiacenti alle aziende stesse.
Ma a parte la mia personale visione, è evidente che la sensibilità pubblica vede il tema “Cina” soprattutto dal lato del pericolo, pericolo per comunità vengono percepite come nuclei isolati dal resto della città, con cui non si comunica e che occupano più o meno velocemente interi quartieri. Report con il documentario Schiavi del Lusso, ha recentemente toccato bene il tema e ha reso l’idea di un’imprenditorialità cinese selvaggia, senza limiti, che sfrutta anche qui come in Cina una massa di operai stivata in aziende dove uomini, donne e bambini lavorano e convivono, dormono in stanze nascoste in doppie pareti senza finestre, ignorando qualsiasi norma sull’abitabilità e sull’igiene. Ma ha anche mostrato la connivenza dei nostri marchi tessili più importanti che utilizzano queste imprese per tagliare i prezzi di produzione di abiti che poi vengono etichettati “Made in Italy”, ingannando così due volte i compratori.

Cosa c’entra questo con la sicurezza? Intanto è una domanda che faccio a chi legge questo blog. Di tutti i fenomeni migratori, quello cinese è forse uno dei più particolari. Si sente raramente parlare di questa popolazione nella cronaca riguardante la criminalità. Non ho una buona memoria forse, ma ricordo solamente la famosa “guerriglia di Chinatown” di un anno fa, a Milano. Lo stesso, le comunità cinesi preoccupano. Perché? Per il loro isolamento, come dicevo prima? Perché sono in tanti? Perché non si sa come arrivano e come se ne vanno?. Beh… ho deciso di dividere questo post in due parti, quindi a breve il seguito che tratterà dell’iniziativa della città di Prato. Perché la zona di Prato è probabilmente il caso più rappresentativo di questa situazione. Per commentare, intanto, cliccate su comment in cima al post. (continua…)

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