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Liberi secondo istinto?

Se possiamo declinare il concetto di sicurezza in una grande varietà di modi, mi sembra oramai ovvio che quello della sicurezza urbana è diventato la pietra angolare attorno alla quale si distribuiscono tutti gli altri.
Certo, in determinati periodi altre declinazioni della sicurezza, quella sul lavoro o sulle strade salgono alle luci della ribalta, ma sembrano fuochi fatui che brillano per un breve periodo richiamando sguardi distratti e superficiali e poi si affievoliscono lentamente tornando alla cura degli “addetti ai lavori” o di chi è toccato direttamente dalle tragedie a loro connesse.
Dopotutto che utilità ha tenerne costante consapevolezza se implicitamente sappiamo che con costanza rituale i riflettori torneranno a puntare su di esse e potremo ancora optare per l’economia della visione, salvi dal dispendio dell’azione? In verità tutte le declinazioni dell’insicurezza lavorano costantemente sotto traccia, che oggi ci riguardino direttamente o no.
Qualcosa invece nell’insicurezza urbana dev’essere cambiato. Da quando pochi mesi fa ho iniziato a scrivere in questo blog, a oggi, è come se una serie di eventi e decisioni ci avessero in qualche modo liberato.
Così, quasi fossimo stati in troppi e per troppo tempo rinchiusi contro la nostra volontà in una stanza calda, senz’aria e maleodorante, abbiamo dato la stura a desideri a lungo repressi quando finalmente ci è stato detto che se era caldo potevamo spogliarci, che se c’era qualcuno che ritenevamo responsabile della puzza potevamo cacciarlo via, che se ci sentivamo inquieti un motivo c’era e sì, era corretta quell’idea che riuscivamo a confessarci solo con un po’ di vergogna e cioè che la colpa era di quelli che sono stati buttati dentro casa per ultimi anche se era chiaro che non c’era posto più per nessuno e già puzzava e già l’aria aveva smesso di circolare da un pezzo.